venerdì 25 giugno 2010

COMPETITIVITA’: FIGLI E FIGLIASTRI


"BASTA CON QUESTA GUERRA DI MORTI DI FAME CONTRO MORTI DI FAME"

Un "nuovo" allarme per l’economia europea è stato lanciato qualche settimana fa dalla neopresidente di FIEC (Federazione delle imprese Europee di costruzioni) Luisa Todini: le imprese cinesi.

Dopo che lo scorso settembre, un consorzio guidato da Covec, (un’azienda statale cinese) si è aggiudicato la gara indetta dal governo polacco e finanziata con fondi Ue e Bei (1) per realizzare un tratto di 90 chilometri della Varsavia-Lodz, aziende cinesi sarebbero “vicine a ottenere la commessa per il raccordo anulare di Bucarest, mentre lavori sono in corso in Albania e Turchia.”

Secondo la Todini, “l'offerta cinese era manifestamente anomala o incompatibile con le regole Ue” - “aveva un ribasso di 10 punti superiore alla seconda miglior offerta”, presentava un ribasso globale del 30% circa (2) ed inoltre “è stato già appurato in diversi casi che le imprese cinesi, specie quelle di proprietà statale, impiegano condannati per reati comuni quale forza lavoro a costo zero”.
La “Fiec insieme a Eic (la federazione dei costruttori europei operanti al di fuori della Ue) e Business Europe (la Confindustria europea) hanno denunciato alla Commissione Europea l' episodio e il fatto che le imprese di costruzioni europee non godono di uguali possibilità di accesso al mercato cinese.” (3)

L’economia cinese, presenta uno dei più bassi costi del lavoro; nel 2009 gli stipendi medi mensili erano di 393 dollari che, con il cambio euro/dollaro a oltre 1,5 (cambio 22 ottobre 2009 ) vuol dire 262 euro; anche se gli stipendi vietnamiti si fermano a 84,3 dollari (56,2 euro), la produttività cinese è la più competitiva del continente asiatico (4).
Oltre al già bassissimo costo del lavoro cinese, bisogna ricordare i circa 8 milioni di cinesi che lavorano e sopravvivono nei 1.422 laogai, le “aziende - lager” dove un giorno sono stati rinchiusi arbitrariamente e da dove allora lavorano senza paga, tra inaudite torture, violenze gratuite e privazioni di ogni tipo”(5).

La pericolosità sociale di tale “competitività” per i lavoratori europei è evidente e l’ipotesi di accordo di libero scambio tra Unione Europea e Corea del Sud che ha recentemente superato un primo passaggio in commissione al Parlamento UE, non promette nulla di buono.
L’accordo, che secondo l’ACEA (6) “privilegia chimica ed elettronica ai danni del motoristico e del tessile”, sarebbe una vera“follia”,e consentirebbe ai marchi sudcoreani di abbassare ulteriormente i loro prezzi, circa il 15%, diventando ancora più competitivi. L’Europa rappresenta il 25% delle esportazioni dal paese orientale; “loro vendono 540 mila pezzi in un mercato da 500 milioni di consumatori mentre noi ne piazziamo 32 mila in uno da 50 milioni”; poiché non può non piovere sul bagnato, nell’accordo è inserita la “clausola di Duty Drawback (recupero del dazio). La norma consente di scalare i dazi pagati sui prezzi importati, ad esempio dalla Cina, e impiantati su un veicolo destinato all’Europa sino ad un massimo del 45% dei componenti dello stesso. Se comprate un’autoradio cinese pagate un dazio del 40%; se la comprano i coreani e la mettono sulla vostra macchina, non pagano un cent. Uno studio Credit Suisse calcola che ciò garantisce 500 euro di minori costi per un’utilitaria. Il che porta il vantaggio di Seoul a 1.500 per ogni immatricolazione.”(7)


Anche la Cina però, delocalizza: nel giugno 2009 è stato firmato in Francia il protocollo d’intesa per “Chateauroux business” che prevede nella città francese di Chateauroux, la creazione di 4mila posti di lavoro di cui l’80% (il grosso di operai e tecnici), dovrà essere riservato alla manodopera locale mentre saranno almeno 800 i dirigenti cinesi; si creeranno basi logistiche, centri di ricerca e sviluppo ed unità produttive, probabilmente di assemblaggio di componenti fatti in Cina; i prodotti finiti però, potranno portare l’etichetta “made in Europe”; si tratterà essenzialmente di aziende high tech attive nella telefenoia, nell’informatica e nell’elettronica.(8)

Se la competizione salariale tra Europa e Cina è oggettivamente impossibile, quella tra gli stessi membri dell’Unione Europea non è molto più facile; prendiamo il caso degli operai polacchi dello stabilimento FIAT di Tychy: un operaio carrellista con 25 anni di anzianità ed un contratto da 48 ore settimanali “guadagna 2 mila zloty netti al mese (circa 400 euro), in un Paese in cui un professore universitario a fine carriera intasca 2.500 zloty e in una regione in cui l' affitto di un bilocale periferico costa mille zloty (200 euro)”(9).

Ora, tralasciamo il fattore produttività il cui aumento, nel momento in cui le vendite di automobili crollano, non credo sia il principale obiettivo (salvo che qualcuno si sia dimenticato di dire che abbia intenzione di chiudere altri stabilimenti con conseguenti ulteriori massicci esuberi), ipotizziamo per un attimo che “coraggiose” istituzioni ed organizzazioni sindacali accettassero l’adeguamento delle retribuzioni italiane a quelle polacche, è evidente che sarebbe arduo arrivare alla prima settimana del mese, altro che 4a ma, evidentemente, un limite “al ribasso” è concepibile solo per le commesse pubbliche e per le imprese, non per i lavoratori e l’articolo 36 (e non solo) della Costituzione, può essere omertosamente sacrificato sull’altare non del liberismo, ma di una pericolosa forma di anarchia dove a prevalere non è la democrazia ma il più forte, il più spregiudicato e, non c'è flessibilità, non c'è precariato, non c'è alleggerimento degli obblighi sulla sicurezza dei lavoratori che possano impedire un disastro sociale e democratico.

(1) "La BEI appartiene agli Stati membri dell'Unione europea. Questi ne sottoscrivono congiuntamente il capitale secondo una ripartizione che riflette il peso economico di ciascuno nell’UE. La BEI non utilizza fondi del bilancio dell’UE. Si finanzia invece da sola mediante l’emissione di prestiti sui mercati finanziari.
Poiché i suoi azionisti sono gli Stati membri dell'UE, la BEI beneficia sul mercato dei capitali del migliore rating di credito (tripla A), che le consente di mobilitare, a condizioni estremamente competitive, importanti volumi finanziari. Non avendo scopo di lucro, è in grado di offrire condizioni di credito altrettanto favorevoli. Non può tuttavia coprire più del 50% del costo totale di un singolo progetto."
(2) Il Sole 24 Ore 29 maggio 2010
(3) Corriere Economia 7 giugno 2010
(4) Il Sole 24 Ore 15 giugno 2010
(5) Il Giornale 19 giugno 2010
(6) Associazione Europea dei Costruttori d’Auto (European Automobile Manifacturers’ Association)
(7) La Stampa 24 giugno 2010 (8) Il Sole 24 Ore 8 giugno 2010
(9) Corriere della Sera 18 giugno 2010





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5 Commenti:

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Emanuele Mazzaglia

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